la società dei devianti

domenica 29 maggio 2016

CIO’ CHE FUNZIONA E CIO’ CHE NON FUNZIONA NE LA SOCIETA’ DEI DEVIANTI


Premesso che questo è un pezzo che andrebbe letto fino in fondo, quindi non adatto al navigante medio di blog o di social, abituato a sbocconcellare i post e subito sputarli. Ciò detto La società dei devianti è un libro scritto in quattro e quattr’otto, sette mesi scarsi, per finire di dire ciò che ne Il manicomio chimico andava detto: l’intuizione che il potere ci vuole sempre più anormali, devianti, per poterci poi corregge, ecco, quest’intuizione mi pare buona, ma hanno ragione Manano e Paola, l’avvocato che mi para dai causidici e la metereologa che mi avvisa del maltempo, entrambi sono stati i miei editor aggiunti, che hanno letto il manoscritto quasi definitivo: è rimasta solo un’intuizione.
 
Mi dice Manano (ecco che mi crogiolo un altro po’ nell’auto fiction, l’auto fiction, sostiene Antonio Pascale in un articolo recente, è quella cosa che vuole finalmente fare a meno del narratore ottocentesco onnisciente, colui che sa tutto e non ti mette a parte di ciò che succede nel retrobottega dello scrittore, auto fiction è raccontare al lettore anche come lavora il manovratore mentre scrive, i suoi dubbi, la costruzione del libro, eccetera) che dopo Il manicomio chimico le aspettative sono più alte, lui per primo ce le aveva più alte, e con questo terzo libro non è che le abbia propriamente mantenute. Oltre a questo, da bravo avvocato mi suggerisce di addolcire il pezzo sul Fuoco amico sui CIM. Lo accontento. Addolcito il pezzo. Ora il pezzo è talmente amichevole, mi conforta Manano, che quel tuo collega invece di querelarti ti scriverà per ringraziarti (il pezzo dopo molti ripensamenti in realtà lo elimino proprio, e Manano, serafico: un rosicone di meno). Invece Paola ho come l’impressione che anche quando legge i manoscritti in corso d’opera riesce a essere metereologa: sa prevedere come andrà a finire, ciò che funziona e ciò che non va, i capitoli dove fa bel tempo e quelli dove piove, perfino quelli dove parte col sole e t’illude ma poi d’un tratto il cielo si chiude e diluvia. 

Dice: il contesto da dove ti scrivo (il suo ufficio in cima a una specie di osservatorio astronomico) non mi aiuta a trovare ispirazione, per quanto tenti (inutilmente) di astrarmi, immaginandoci a chiacchierare in qualche bettola di Centocelle, accompagnati da vino di dubbia qualità. Per cui rinuncio a dare al discorso una parvenza di dignità letteraria, una sua coerenza, qualcosa di vagamente confrontabile coi carteggi testimoniati dal tuo libro, per capirci, e sacrifico (come fai tu) il mio piacere di scrivere al raggiungimento dell’obiettivo.

Dice: faccio fatica a dare un giudizio sul tuo libro, prevale in questo, più che negli altri, la natura di compendio, collezione eterogenea di pezzi. E a questo proposito il sottotitolo altri scritti di psichiatria… mi pare azzeccato (più del titolo stesso, un po’ fuorviante; e per inciso, I dolori del vero psichiatra non sarebbe stato male).

Continua: potresti ribattere che questa è un’ovvietà, che è nella natura stessa del riluttante scrittore, un suo tratto distintivo: però ho come l’impressione che ne i devianti sia più preponderante questo aspetto, meno chiaro l’obiettivo della dissertazione. Ho cominciato la lettura scevra da preconcetti sul contenuto (che in effetti non mi avevi anticipato). E per tutta la prima parte mi era parso che volessi riprendere il tema del precedente ma in chiave più sociologica (sto semplificando molto, ma è per capirsi). La felicità, l’OMS, le performance, i devianti eccetera. Anche se un po’ troppo appendice del Manicomio, personalmente  la cosa mi piaceva, e io avrei proseguito su questo registro (ma non a caso il riluttante sei tu).  Anche perché, per dirla tutta, il racconto, la caratterizzazione dei personaggi, i dialoghi (più o meno reali) coi pazienti sono (tra) i tuoi punti forti. Ma l’impressione è che a un certo punto il discorso s’interrompa d’embleè, per virare (deviare!) a un compendio di esperienze, riflessioni, situazioni di vario genere vissute nell’ultimo anno e, talvolta, messe dentro un po’ a ogni costo, anche quello di replicare un po’ troppo concetti già ampiamente espressi. Non dico sia per forza un difetto, e se anche lo fosse sembra ben  camuffato dalla scelta del modello Carrère con alta dose di Cipriano. L’appunto che potrei fare è che non sempre tutto ciò mi è parso voluto. 

Mi soffermerò allora poco su ciò che mi è piaciuto, perché in questa sede è inutile. Anche se non sempre riesci a mantenere costante il livello, di punti forti nella tua scrittura ne hai: la capacità di mescolare due registri distanti, passando con estrema rapidità dall’uno all’altro: un primo letterario, raffinato, ricercato e il secondo prosaico, colloquiale, ma altrettanto ricercato. Ti lanci (qualche volta temerariamente) a giocare con le regole stesse della lingua scritta (esercizio ovviamente legittimo per uno scrittore ma anche ambizioso) muovendoti un po’ come un equilibrista. Ma questo implica qualche rischio di cadere. 

Bello e tutto necessario il Carteggio con la madonna, Se 87 ore vi sembrano poche, Il mio amico Birdman, e molto bello il pezzo sulla Depressione, tra i più significativi.  Un altro tuo punto forte (e mi dispiace per la tua psicanalista di riferimento) non lo definirei una mera capacità di divulgare, di trasferire il tecnico alla massa, ma qualcosa di diverso, secondo me, di più letterario, più intenso, ma ora non mi soffermo.

Non mi è piaciuto I nichilisti devoti. Ovvio che potrebbe essere il tema più originale del libro e forse, data l’attualità, anche quella più attraente ma, come già nel tuo articolo su repubblica, non mi è chiaro il senso ultimo della tua dissertazione (ma forse è un mio limite). E non mi sembra neppure particolarmente ben scritto (rispetto agli altri, s’intende). Ma proverò a rileggerlo. Perplessità per Il fuoco amico sui CIM (perché viene troppo fuori la tua natura un po’ rosicona): avrebbe guadagnato portando la polemica su un piano più libresco e meno personalistico. Il tandem La chiesa è un manicomio e Basaglia e l’impossibile: mah, non mi è piaciuto. Il primo mi è parso un po’ naif, il secondo, sinceramente, inutile, ripetitivo, rispetto a concetti già espressi ampiamente nei precedenti libri. Tu Hikikomori sul balcone: non so...  buono per la posizione su vaccini (che almeno non ti scambiano per un complottista), ma forse meno autobiografia avrebbe marcato una qualche differenza. 

E veniamo alle ripetizioni, le definirei di tre tipi: quelle casuali (delle quali non ti accorgi), quelle che usi come tratto distintivo (o forse per marcare una tua vicinanza con gli ossessivi, o non so). Infine quelle conseguenza del montaggio, difetti di  postproduzione insomma. Li chiamerei effetti di bordo, e in generale riguardano gli incipit dei vari capitoli. Sono meno rispetto agli altri libri, ma proprio necessari? 

Esempi - per non tediare alcuni li ometto, ma erano fichi, tipo:
Capitolo 5 "Sono uno psichiatra, ciononostante (...) fobico del  del volo" ( be’ che sei uno psichiatra s’era capito) se vuoi mettere in luce una contraddizione (c’e`?) tra le due cose lo esprimerei diversamente
"Basaglia dice, Franco Basaglia ha detto" ... ecco questo lo trovo un po’ stucchevole, Lo so che e` una scelta, lo so che ne vuoi enfatizzare la figura, ma io non sono sicura che renderlo un vate, oracolo e soprattutto in modo cosi ossessivo sia il modo migliore (non sarà controproducente?) 
Discorso a parte i primi due capitoli del libro: senza dubbio rivedrei il primo capitolo, anzi darei priorità assoluta! Sia nella struttura che nello stile (soprattutto). L'ho trovato un po’ farraginoso alcuni periodi difficili da interpretare, li renderei più fluidi: è la porta di ingresso al tuo al libro, anzi alla trilogia stessa, è importante. Funziona bene quando parli del libro di Basaglia e consorte ma la parte su Carrère andrebbe scritta meglio. Non dico di toglierla ma proverei a renderla leggermente più letteraria (così ha la forma dei whatsapp che mi mandavi per spiegarmelo).
Una nota di colore ....sulle cose autobiografiche un po’ mi astengo, ma sta cosa che corri a torso nudo ha un significato recondito? Se lo fai per caratterizzare il personaggio (un po’ alla Montalbano per capirsi) a sottolineare un vezzo che si ripete può pure andare ... se no toglilo che già l'avevi detto nell'altro e a me non me pare proprio così fondamentale (mi sfugge qualcosa?).

Mi fermo, che potrei continuare chissà per quanto. Giusto una precisazione. Quanto ti ho scritto è il punto di vista della lettrice forte, marginalmente dell’amica, pochissimo della sorella tormentata di paziente psichiatrico (ex). Mettere insieme tutti questi ruoli (che invece nel corso della lettura si sono continuamente alternati) gestendo la continua dicotomia tra la mia componente emotiva e quella iper razionale,  sarebbe stato un obiettivo davvero troppo ambizioso. 

Ecco, questa è stata la prima tranche di osservazioni metereologiche. Correggo diligentemente. Invio i capitoli corretti, e la fisica meterologa prestata alla mia scrittura con zelo risponde.

Il primo capitolo mi pare molto meglio, ora, caro Cipriano. 
Fila di più. Il pezzo sui riluttanti (che in effetti era tra i più discutibili formalmente) ha guadagnato molto dalla ristrutturazione, molto più scorrevole e godibile. Buona idea rimuovere tutta la storia dei marchettari che suonava pure un po’ ingenua (come considerazione generale, nel contesto del libro, eviterei di mettere la mani avanti, giustificarti o simili). 
Magari l'espediente "va bene, va bene Cipriano etc ..." non mi pare tra i migliori possibili (so’ rompicoglioni lo so) ma se proprio non trovi altro...
Pure il pezzo dove liberi la tua voglia di scrivere mi pare efficace.  Per quanto quel "Allora si (....) allora si...."  che m'e` suonato male dalla prima volta proprio non mi va giu. Ma credo dovrò farmene una ragione.
Riguardo Carrère  forse avrei limato un altro po’ .... 
(come piccola digressione, a giudicare dall'uso spregiudicato della punteggiatura, questo capitolo mi pare assai più bolaniano).
Capitolo 17: premesso che giusto al Riluttante verrebbe mai l'idea di mettere insieme Micaela Ramazzotti (che per inciso  m'e` sempre parsa inquieta) e "l'eterogenesi dei fini" in uno stesso scritto, anche qui la ristrutturazione ha funzionato. Il cappello sugli OPG ci sta molto bene e mi pare renda la cosa meno avulsa dal contesto. Se non sbaglio la parte dove Virzì ti provoca sulle opinioni riguardo il tuo libro non c'era prima: non e` male, anzi è carina. 
Non è un giudizio ma solo una constatazione: da lettore (o forse ancor più da lettrice), attraversare il guado emotivo tra La pazza gioia (coinvolgente parecchio, ci sai fare con le emozioni quando ti ci metti, eh!) e il concorso nelle REMS del Lazio non è stato facile da attraversare, il salto di registro (voluto, credo) è notevole, non ci lasci neanche il tempo di girare pagina per riprendere fiato....

(Altra digressione: dalla dose micidiale di "chimico/i" rifilata in poche righe, deduco che la mia osservazione a riguardo non è stata gradita. E pazienza, dai, probabilmente hai ragione tu, è più immediato, una prerogativa che a me manca). 
Rispetto alla mail precedente mi sono accorta che, erroneamente, avevo incluso anche La nostalgia del manicomio tra i capitoli "deboli". In realtà non è così, c'e` tutta la parte sui TSO che è importante. E’ la ridondanza con alcuni passaggi del precedente che non mi convince.
Ma, detto questo, tu vorresti rovinare tutto inserendo un pezzo su di me o su queste cose che ti ho scritto? Certo che no, non ci sta bene per definizione e in qualità di "editor per un giorno" (per affetto, decisamente  e pure un po’ per piacere), casso questa ipotesi senza appello. Che poi cosa ci sarebbe da dire? mi sfugge. 
Ho visto poi che hai aggiunto alla lista dei "riluttanti di mezzo" anche un fisico. Immagino sia io.  A parte non mi pare ci stia benissimo (in effetti nessuna delle azioni si associano), certo in generale, mi ritengo una riluttante. Lo sono (e sono stata) per molti versi e in diversi occasioni della vita, pero’ qui no: mi sembra davvero un po’ poco qualche osservazione, più o meno valida, sul tuo manoscritto,  per potermi fregiare di questo titolo.

Correggo ancora. Lei risponde di nuovo.

Sulle prime pensavo di mandarti solo qualche scarna osservazione (di tipo puramente formale) sul primo capitolo o cose sul genere di "piuttosto che" o forse niente.
Poi ho riacceso il tablet e mi sono messa lì a leggere le variazioni in giallo a Società dei devianti e nosologia etc... e complice forse uno stato d'animo un po’ più inquieto l'approccio è cambiato.
Ero anche (e ancora lo sono) un po’ scettica sull'idea che abbia senso scrivere queste mie ulteriori osservazioni.
Ma va be’ alla fine mi tengo la mia inquietudine e eccomi qui. Sulla nosologia: scrivere di un capitolo che non sai se lo terrai potrebbe essere un po’ un capriccio da scrittore  che comunque rientra nel personaggio, ma se concedi (davvero) questa confidenza al lettore almeno spiegagli il perché. Se lo lasci scritto, il lettore ha diritto a sapere perché alla fine sta leggendo qualcosa di cui tu stesso non eri convinto e hai sentito la necessità di farglielo sapere E siccome anch'io non lo so non posso darti un parere (casomai lo volessi).

Società dei devianti: nel giro di poche righe scrivi che non sapevi che titolo dare, che il libro era prematuro, che non doveva esserci ma c'è, che il titolo è il primo che ti è venuto in mente e che il libro è buttato lì ....e insomma mi pare un po’ troppo. Se alla fine il senso è che prima hai scritto uno sul manicomio fisico, poi uno su quello chimico e mo’ uno su quello distribuito (sai tipo gli alberghi distribuiti...) o cosa sia e qualsiasi sia la ragione, insomma la rivendicherei, farei girare la cosa intorno a questo concetto! E quello che scrivi va bene, lo spiega, ma togliere almeno qualcuna (mica tutte eh) delle suddette affermazioni forse lo farebbe emergere un po’ meglio.
Sono abbastanza convinta di questo punto, ma poi chissà forse ti snaturo, forse ti do suggerimenti da iper razionale con scarso senso artistico. Valuta tu.
 
Sul resto pensavo di scriverti questo: nel primo capitolo mi chiedevo come mai avessi tolto completamente la parte sul piacere drogastico di scrivere. Non che la cosa mi dispiaccia, cosi e` molto più agile (quella parte la trovavo un po’ forzata) e personalmente se fossi io a scrivere svelerei il meno possibile della mia intimità di scrittore (quello che farei io dovrebbe essere irrilevante ma non lo è e un po’ come in meccanica quantistica non è possibile osservare un sistema senza perturbarlo...). E si potrebbe fare una disamina sull'opportunità di scrivere dell'opera nell'opera ma vabbe’,  non ci addentriamo troppo.
Detto ciò, considerando viceversa la natura del riluttante scrittore e il fatto che mi pareva ci tenessi particolarmente, forse qualcosa avresti potuto salvare (tipo la parte su non essere ossessionato da inventato e reale, sembrava interessante, anche se non è che l'avessi capita molto bene).
Per il resto mi pare che hai accolto le mie osservazioni quindi non ho nulla da aggiungere. Sul capitolo due invece ho notato che hai lasciato pressoché com’era e per quel che mi riguarda rimangono validi gli appunti che feci la prima volta.
Infine riguardo la faccenda del sotto sotto titolo pensavo che il termine riluttanti già contiene implicita l'evidenza che non si tratta di saggi.


Ecco. Ho finito di trascrivere alcune delle constatazioni meteo di Paola, e ripenso a ciò che si aspettava da questo libro: che riprendessi il tema del precedente ma in chiave più sociologica. Ma io non sono in grado di farlo, o forse non lo voglio fare il sociologo, forse voglio solo raccontare storie, infatti non so che cosa potrei aggiungere ora, so che oggi che è il giorno prima di Pasqua del 2016, e sento gli agnelli urlare, e mi accorgo che questo mondo etico, terapeutico e confessionale si prepara a uccidere migliaia di cuccioli di mammifero, per abboffarsi, e dire al commensale: ma che tenero quest’agnello, davvero gustoso, davvero (io sono quindici anni che non mangio agnelli né altri mammiferi, per questa mia fissa di risparmiare almeno gli animali più evoluti), e poi denunciano Cracco, il cuoco superstar, perché ha cucinato un piccione, perché dicono che il piccione è razza protetta, ma protetto perché?, almeno quello sarà stato un piccione adulto, che ha vissuto la sua piccionesca vita quanto basta, e l’ha vissuta da uccello, non certo da mammifero, se proprio vogliamo fare questa graduatoria nazista dell’animale più intelligente o più evoluto e dunque dell’animale che più si merita di vivere o di morire, e se fossimo nazisti ecco che l’agnello avrebbe più diritto di vivere di un piccione, ma siccome diciamo di non essere nazisti, almeno mettiamoli sullo stesso piano, agnelli e piccioni, e denunciamo dunque tutti questi criminali ovinofagi che tra oggi e domani stermineranno migliaia di giovani pecore per il gusto di fagogitare anzi strafo carsi la carne tenera di un vivente. 

Lo so, ora rischio di sembrare un esaltato, ma volevo dire che tra poco il libro va in stampa, e ancora non ho deciso cosa fare dei suggerimenti di questa fisica riluttante che fa la meterologa come fosse una rabdomante non per dono o tradizione di famiglia ma per calcoli e congetture. Potrei aggiungere qualcosa ai Nichilisti devoti, ma cosa? Giusto dire, visto che dopo Parigi gli attentati proseguono e proseguiranno, che la lotta è impari, che non c’è lotta possibile con chi mette in gioco la propria morte, che noi occidentali onnipotenti e superiori aneliamo l’eternità, avendolo a disposizione berremmo ogni giorno l’elisir dell’immortalità, e loro, invece, proprio per questo ci uccidono uccidendosi, ma ciò va contro ogni istinto biologico di conservazione e sopravvivenza, e come potremo mai difenderci da chi vuole morire e farci morire? Solo questo avrei potuto aggiungere. E non volevo eliminare Il fuoco amico sui CIM, perché non mi dispiace mostrarmi infastidito da un collega rosicone. E non volevo levare il tandem Basaglia Bergoglio perché anche se m’illudo, ho la speranza che quel comunista di Bergoglio possa far implodere il suo manicomio, così come quel comunista di Basaglia deflagrò la sua chiesa. Invece sin da subito ho deciso di togliere l’Hikikomori sul balcone. E basta a raccontarmi come un ipocondriaco. Che perdo sempre di più di credibilità.

Insomma, a proposito di ripetizioni (dice Paola che sono ridondante), se è vero che “la propria identità personale è un racconto” (Carrère), e se è doveroso “fare ciò che si dice e dire ciò che si fa” per inchiodarsi (Rotelli), e se è necessario “essere sia inventori che narratori” (Basaglia), ho la sensazione che con questi tre libri, e col racconto che ho fatto di una parte di me, di una delle molte identità che mi appartengono (quella dello psichiatra riluttante), ai molti interlocutori che ho avuto (dalla madonna al cantante alla centaura alla meterologa all’avvocato a mia moglie ai cinquemila lettori), mi sono in qualche modo confessato, mi sono ricostruito come psichiatra, mi sono in parte liberato, mi sono forse anche un po’ curato da quella malinconia o apatia che piglia ai riluttanti.


martedì 10 marzo 2015

Basaglia e l'impossibile che diventa possibile


Basaglia e l'impossibile che diventa possibile

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di Piero Cipriano
Vorrei esprimere due o forse tre considerazioni sul libro (La repubblica dei matti) che John Foot ha dedicato a Franco Basaglia e alla psichiatria radicale in Italia, un libro a mio parere incompleto, probabilmente imperfetto (ma come poteva essere altrimenti, con un tema di tale portata?), tuttavia necessario, necessario e forse unico nel suo genere, perché, come trovo scritto in una sua recensione, è un libro che non chiude il discorso sulla psichiatria radicale italiana negli anni 60-70, ma lo riapre, e lo riapre dal punto di vista di chi senz’altro non può dirsi un basagliano, e proprio perché libero dal sospetto di agiografia e basagliocentrismo il libro rende un servizio ancora più grande, a me pare, alla figura di Franco Basaglia, che della psichiatria radicale italiana è stato la massima espressione.
La prima considerazione, dunque.
La prima impressione è che Foot sia stato così tanto affascinato, stregato dal laboratorio di Gorizia, dove tutto iniziò, dove il primo manicomio fu reso un’altra cosa, quanto meno lo sia stato dalla storia di Trieste, dove l’impresa fu portata a compimento, dove la lunga marcia iniziata a Gorizia trovò la sua conclusione nell’eliminazione di un manicomio, del primo manicomio al mondo (e poi di tutti gli altri manicomi d’Italia, grazie alla legge che ne derivò).
Basta solo contare (nonostante, ahimè, in questo libro manchi l’indice) il numero dei capitoli, ben undici su ventuno sono dedicati a Gorizia, uno soltanto è riservato a Trieste.
Gorizia viene raccontata, a tratti rassomigliando più a un romanzo che a un saggio (e ciò è bello), in tutti i suoi aspetti cruciali: il ruolo decisivo di Franca Ongaro, non semplice comprimaria o addirittura segretaria (come da qualcuno è stata definita) ma, secondo Foot, la principale artefice degli scritti a due mani col marito o meglio, colei che redigeva le idee disordinate del marito; l’arrivo, per certi versi eroico, del soccorso intellettuale di Giovanni Jervis; la creazione del best-seller, la bibbia sessantottesca che racconta l’impresa di portare la democrazia in quel manicomio (L’istituzione negata, che rende famosi i goriziani, favorendone la successiva diaspora in altri manicomi d’Italia); il giornale redatto dai pazienti (Il picchio, in cui gli internati stessi raccontano i cambiamenti in atto); la descrizione, meticolosa, della prima e della seconda e della terza equipe goriziane; l’incidente, che fornisce, probabilmente, il pretesto a Basaglia per concludere l’esperienza goriziana, diventata ormai una gabbia dorata, sia per gli internati che per i medici, una sorta di manicomio perfetto che, in assenza di servizi territoriali esterni (non creati per l’ostilità di un’amministrazione provinciale destrorsa), non avrebbe mai permesso ai suoi abitanti, gli internati diventati in larga parte degenti volontari, di trovare il coraggio per affrontare l’esterno.
Trieste, al contrario, è raccontata più velocemente. Un solo capitolo, appunto, in cui si descrive, in maniera impressionistica, in che modo s’è conseguita questa “fine del manicomio”, come si è passati dai 1182 internati del 1971 agli 87 del 1978, e come tutto ciò che a Gorizia era stata sperimentazione e scoperta, per tutti gli anni 60, lì viene realizzato molto più speditamente, correggendo, oltretutto, gli errori che avrebbero potuto fare anche del manicomio di San Giovanni una gabbia dorata, un’altra comunità terapeutica perfetta, e dunque rimuovendo il decisivo ostacolo alla dimissione definitiva dei pazienti. A Trieste tutto procede con più rapidità (e rapida e sommaria è la descrizione che Foot ne fa). In una prima fase (anni 71-74) si realizzano i cambiamenti che a Gorizia avevano avuto luogo in almeno 6-7 anni: apertura dei reparti, abolizioni delle coercizioni e delle contenzioni, divisione dell’ospedale in settori, abolizione dell’assemblea generale, che pure era stata il fulcro della comunità terapeutica goriziana. Nella seconda fase (anni 74-78), invece, tutto prende una coloritura più politica e massmediatica. Nonostante a Trieste non si pubblichi mai un testo paragonabile a L’istituzione negata, o un documentario del calibro de I giardini di Abele, nonostante gli incidenti (ben due, con accuse di omicidio colposo per quattro psichiatri del manicomio, tra cui lo stesso Basaglia), i pazienti continuano a essere dimessi, grazie ai centri di salute mentale creati nel territorio (cosa che a Gorizia non era stata possibile, abbiamo detto, per l’ostilità dell’amministrazione), grazie alla creazione delle cooperative di pazienti lavoratori, e poi sembra un manicomio che si avvia senza troppi ostacoli verso la sua estinzione  anche grazie alla visibilità che deriva dagli eventi teatrali, musicali, happening nel manicomio stesso, e Marco Cavallo, e la gita in aereo, eccetera. Insomma, la capitolazione del manicomio triestino sembra essere molto veloce, perfino semplice, o una mera replica delle esperienze di Perugia e Reggio Emilia, per come la sbriga Foot.
Lo spazio narrativo che non riceve Trieste viene dato, in compenso, alle altre esperienze che in Italia resero possibile un’alternativa al manicomio (Perugia, Arezzo, Parma, Reggio Emilia), perché scopo del libro è, anche, dimostrare che la riforma dell’assistenza psichiatrica in Italia non è stata merito di un solo uomo.
Perugia, secondo Foot, è “l’esempio perfetto”, il laboratorio più avanzato in Italia, tant’è che la legge 180 del ‘78, con l’istituzione dei repartini psichiatrici ospedalieri, rappresentò un arretramento per una regione che da molti anni aveva reso esclusivamente territoriale l’assistenza psichiatrica. Probabilmente tale modello perfetto a Perugia fu possibile per l’eccellente sinergia della politica (l’assessore Rasimelli che, anticipando perfino la legge Mariotti del 68, riuscì in pochi anni a istituire ben dieci centri di igiene mentale in tutta la regione) coi tecnici, tra i quali la figura di maggior rilievo fu quella di Carlo Manuali, uno psichiatra per alcuni versi simile a Basaglia, uno mai contento dei risultati conseguiti, forse perfino più radicale: sua era la convinzione che “i Cim stessi fossero destinati a sparire (come il manicomio), e che si dovesse lavorare nelle fabbriche e nelle scuole”. Grazie a questa sinergia perfetta si riuscì, nei primi anni 70, ad aprire una decina di Cim per favorire la cosiddetta “politica del non ricovero”. Se c’è un limite, nell’esperienza perugina, forse fu quello di non produrre mai un testo equivalente a L’istituzione negata, che gli consentisse di ottenere una visibilità che oltrepassasse i confini geografici umbri. E voglio ricordare, a supporto di ciò, quel che disse Basaglia, in una delle sue Conferenze brasiliane, disse che al mondo c’è bisogno sia di inventori che di narratori, che forse sono necessari entrambi. A Perugia, probabilmente, a differenza dei goriziani, che si fecero anche narratori della loro invenzione, della loro scoperta (la libertà è terapeutica), a Perugia Manuali e gli altri non riuscirono a raccontare al resto d’Italia la loro esperienza. E questo fu certamente un limite.
Invece Parma, ancor più di Perugia, se vogliamo, è la dimostrazione di quanta responsabilità politica ci sia nella dinamica dell’internamento, dell’espulsione del folle dal consesso sociale. Nel manicomio di Colorno, infatti, il disinternamento, lo svuotamento, la liberazione, iniziò ben prima dell’arrivo (per soli dieci mesi, nel 1970), di Franco Basaglia. Qui il “vulcanico” assessore provinciale Mario Tommasini, aveva già, nei cinque anni che precedettero l’arrivo di Basaglia, fatto dimettere circa trecento persone dal manicomio. Come? Da politico. Facendo ciò che la politica dovrebbe fare: offrendo un lavoro, mettendo a disposizione case, appartamenti. Tant’è che quando Basaglia, nel 1970, arrivò a dirigere Colorno, trovò che una rivoluzione era già in corso, e il protagonista era Mario Tommasini. E’ anche per questo motivo, sostiene Foot, che Basaglia preferirà andare a dirigere il manicomio di Trieste, ancora intatto rispetto alle riforme, e con un presidente della provincia, Michele Zanetti, che non avrebbe interferito col suo lavoro.
L’altro “goriziano” Jervis, fu chiamato a dirigere i servizi territoriali della provincia di Reggio Emilia. Non l’enorme manicomio di san Lazzaro, però, un contenitore di quasi duemila internati, che era gestito non dalla provincia ma da una fondazione religiosa, e che mantenne un direttore (Benassi) di vecchio stampo. Per cui fu di certo penalizzato nel non poter agire su entrambi i livelli, manicomio e territorio, potendo insistere soltanto su quest’ultimo. E nonostante un lavoro verosimilmente sfibrante (i pazienti venivano spesso visitati a domicilio, o nel loro quartiere), nonostante le simboliche seppur inutili calate (centinaia di persone, ispirate per lo più dall’altro leader dell’equipe reggiana, Giorgio Antonucci, calarono sul manicomio di San Lazzaro per verificarne le condizioni di degenza), il manicomio non si estinse, continuando a funzionare per tutti gli anni 80.
Pirella, il secondo direttore di Gorizia, fu chiamato, da un altro assessore antimanicomiale, Bruno Benigni, a dirigere il manicomio di Arezzo. Lì importò il modello goriziano, con le assemblee e la comunità terapeutica, ma, a differenza di Gorizia, e come a Perugia e Reggio Emilia, fu svolto un notevole lavoro sul territorio.
Insomma, la prima considerazione/domanda/perplessità è: ma come mai Foot non insiste, dopo la giusta e avvincente narrazione di Gorizia e degli altri poli della psichiatria radicale italiana (Perugia, Parma, Reggio Emilia, Arezzo; anche se pure Ferrara con Antonio Slavich, e Nocera inferiore con Sergio Piro, avrebbero meritato qualche capitolo), con una narrazione altrettanto approfondita ed entusiasta di Trieste? Come mai semplificarla e schematizzarla in modo così apparentemente… svogliato? La mia ipotesi è che l’esperienza triestina sia stata molto più complessa di tutte le altre, con molti più attori (erano un paio di centinaia gli operatori coinvolti, a vario livello, e non si poteva certo nominarli uno per uno, come  è stato possibile fare per Gorizia), e, per certi versi, ancora in corso, perché il dipartimento di salute mentale triestino è, ancora, un luogo originale, peculiare, di sicuro unico, dove si fa salute mentale in un certo modo. E dunque, la mia ipotesi è che Foot abbia, al contrario, così tanto materiale, da essere riuscito, per ora, solo ad accennare a quanto è successo a Trieste, e dunque Trieste, probabilmente, merita un secondo libro, un libro tutto per sé.
La seconda considerazione riguarda il modo con cui la mitica legge 180 (che Foot, giustamente, ci ricorda non essere più in vigore, durata soli otto mesi, poi riassorbita nella legge 833 istitutiva del Servizio Sanitario Nazionale) è stata approvata. Legge che oggi riteniamo, a ragione, la più libertaria al mondo in tema di salute mentale, ma che allora fu, per Basaglia e altri psichiatri radicali, un compromesso o perfino una sconfitta. Nei mesi precedenti il maggio del 1978 in cui tante cose succedevano (il ritrovamento del cadavere di Moro, la legge 194), Basaglia e gli altri psichiatri radicali non erano per niente soddisfatti della proposta di riforma psichiatrica che si stava discutendo in Parlamento. Due aspetti della legge, più degli altri, li lasciavano perplessi: il trattamento sanitario obbligatorio, che alcuni non esitavano a definire un vero e proprio “arresto medico”, o “fermo sanitario”, o “sequestro ospedaliero”; e l’apertura dei piccoli reparti psichiatrici negli ospedali generali, che secondo Basaglia rischiavano di diventare dei “piccoli manicomi dentro i già inefficienti ospedali civili”. Difficile oggi a credersi, ma questa che consideriamo la legge più libertaria, fu definita da Basaglia (alcuni mesi prima della sua approvazione) “antidemocratica”, e il TSO una “criminalizzazione” del malato.
E tuttavia è ovvio che questa legge fu quanto di meglio ottenibile allora. Per due ragioni. Da un lato c’era il referendum dei radicali che incombeva, e se ci fosse stata la consultazione referendaria, non era affatto scontato che gli italiani votassero per abolire la legge 36 del 1904 e con essa i manicomi (sostiene, a ragione, Pietro Barbetta, in una recensione a questo libro, che “la stragrande maggioranza della popolazione, a Trieste e ovunque, era contraria al trattamento psichiatrico senza contenzione”, perché in fondo “le masse pensano che i matti siano pericolosi”). D’altro canto, se è vero che la politica è l’arte del possibile, con i politici delle commissioni sanità con cui fu approvata questa legge (per esempio c’era il democristiano Paolo Cirino Pomicino, o la repubblicana Susanna Agnelli, o lo psichiatra democristiano Bruno Orsini primo firmatario della legge, o la democristiana Maria Eletta Martini, che si consultava con lo psichiatra scrittore Mario Tobino, feroce oppositore dei novatori, come li chiamava lui), probabilmente, più e meglio di così, nel 1978, non si poteva ottenere. Questo fu il massimo possibile: eliminare i manicomi, eliminare il criterio della pericolosità o dello scandalo. Non si riuscì, invece, a inserire, in questa vaga legge (legge quadro, appunto), alcuni temi cruciali, quali, per esempio, l’abolizione dell’uso delle fasce, pratica questa che, salvo in alcuni luoghi, non ha mai cessato di esistere.
Ad ogni modo, fatta la legge, Basaglia, molto pragmaticamente fece in modo di farsela piacere, e pure di assumersene la paternità (e in effetti è conosciuta come legge Basaglia, definizione impropria), sostenendo: “noi psichiatri democratici, pur avendo stimolato la nuova legge, siamo una minoranza, ma egemonica… però dobbiamo vigilare…”, eccetera.
Col senno di oggi direi che le perplessità maggiori, di Basaglia e degli psichiatri più radicali, erano sacrosante, e si sono puntualmente realizzate. I trattamenti sanitari obbligatori non sono mai stati l’extrema ratio, l’eccezione al ricovero, che di norma avrebbe dovuto essere volontario, ma sono effettuati in maniera facile e stereotipa, nonostante fosse stato previsto, apposta per renderlo difficile, il concorso di ben quattro attori (due medici, anche se talvolta accade che sia lo stesso medico a compilare i due moduli, quello di proposta e quello di convalida; un sindaco; un giudice tutelare), per cui, il timore che potesse trasformarsi in una sorta di sequestro medico mi pare si sia avverato. Ma l’altro timore pure, si è realizzato. I 320 piccoli reparti psichiatrici ospedalieri (SPDC), nell’80% dei casi, sono diventati proprio i “piccoli manicomi” che presagiva Basaglia, e come altro chiamare dei reparti con le porte sempre chiuse (contenzione ambientale), dove vengono somministrati farmaci a scopo sedativo più che terapeutico (contenzione chimica), e vengono legate le persone più indomite (contenzione meccanica)?
Ma d’altronde, una riforma ancora più radicale (voglio dire: senza TSO e repartini ospedalieri e senza fasce) avrebbe avuto bisogno di una cultura, e di una società, democratica davvero; invece “la gente è quello che è, i medici sono quello che sono, gli ospedali pure” (sempre Basaglia, nel 1977). E ancora, nel 1979, in una di quelle straordinarie conferenze in Brasile, ci rivelò che siccome la maggioranza della società italiana, e degli psichiatri stessi, continua a pensare che il malato di mente è pericoloso e va custodito, “abbiamo dovuto violentare la società”, costringendola a riprendersi il folle che per due secoli ha espulso nei manicomi. Una minoranza di psichiatri, che per alcuni anni s’è fatta egemone, è riuscita a imporre l’eliminazione dei manicomi che la maggioranza degli psichiatri stessi, e della società, non voleva affatto.
Insomma, questa era la seconda considerazione che avevo in mente.
Magari ce n’è una terza.
E cioè: questa bella storia, la storia di questa rivoluzione raccontata da Foot, ora, è quasi giunta ai titoli di coda, al (purtroppo) non lieto fine. Le previsioni di Basaglia, a proposito dei difetti, dei limiti della legge, su cui bisognava vigilare, si sono decisamente inverate. Il fascino discreto del manicomio non è mai venuto meno. La logica dell’internamento è rimasta, probabilmente in una forma più subdola, meno appariscente, nella modalità del manicomio illimitato, per dirla con Foucault. Un manicomio invisibile, fatto di diagnosi, farmaci, perizie, luoghi di custodia che si palleggiano i ricoverati, in un continuo internamento transeunte, due settimane in SPDC, poi due mesi in Casa di Cura privata, poi tre mesi in Comunità Terapeutica, poi un mese di ritorno a casa ma con frequentazione del Centro Diurno a fare ceramiche, poi una nuova crisi, magari con un reato, e si ricomincia con una settimana in SPDC, poi eventualmente in OPG, poi forse REMS, eccetera. In un anno, certi pazienti, non ci fanno mai ritorno a casa. Sempre internati sono. Eppure, i manicomi sono aboliti per legge.
Però, ormai lo sappiamo, anche grazie a questa bella e necessaria e incompleta narrazione di Foot, che “l’impossibile è stato possibile”, in quegli anni formidabili, in quegli anni in cui si giocava all’attacco. Ora pare di nuovo che quel possibile sia impossibile, in questi anni tristi di gioco in difesa. Però, almeno, stavolta lo sappiamo che è stato possibile… e dunque, quando saremo di nuovo pronti a dare l’assalto ai manicomi, sappiamo che si potrà fare.

Bruno Vespa e l’elettrochoc

Bruno Vespa e l’elettrochoc


14042011di Piero Cipriano.

Lo so che non sta bene confessare di guardare Porta a porta, il soporifero programma che da qualche decade Bruno Vespa ci somministra quasi tutte le sere. Ebbene sì, ogni tanto mi capita di guardarlo. Che psichiatra sarei, se mi perdessi le performance dei miei colleghi che sanno sempre tutto sull’ultimo omicida, o femminicida, o infanticida, o pluriomicida, eccetera.
L’altra sera, però (24 febbraio 2015), si parlava di psicofarmaci ed elettrochoc. Per cui non potevo cambiare canale. Una schiera di personaggi celebri vittime del male oscuro, da Italo Cucci, padre di un figlio depresso, a Giuliana De Sio, lei stessa gravemente depressa, a Remo Girone, depresso, a Lando Buzzanca, che una sola volta esasperato dal regista e dalla canicola si ritrovò in una vasca da bagno sul punto di farla finita, a Roberto Gervaso, depresso ricorrente.
Esordisce Italo Cucci, che io ricordavo direttore del Guerin Sportivo, in realtà padre di un figlio depresso, che le ha provate tutte, gli psicologi non funzionano, chiarisce subito, quasi a voler eliminare sin da subito la chance della parola o della relazione, ma i farmaci nemmeno, finché, grazie a Giovanbattista Cassano, l’elettrochoc l’ha guarito. Così, almeno, lo spettatore è portato a credere. Ci ha scritto perfino un libro, Italo Cucci, insieme al figlio, sulla terapia elettrica. Poi però continua, e ci dice che il figlio continua a parlare con l’aldilà, e che deve prendere farmaci, eppure, insiste, l’elettrochoc è stato miracoloso. Non si capisce il miracolo quale sia stato.
Interviene Remo Girone, tra l’altro interprete di Franco Basaglia in un non memorabile film di Silvano Agosti dedicato allo psichiatra padre della legge 180, e confessa che quando era agli inizi della sua carriera aveva una sorta di paura prestazionale di interpretare un determinato ruolo, per cui andò in depressione, dovette prendere dei farmaci, finché non parlò con Mario Tobino, il famoso scrittore nonché psichiatra del manicomio di Maggiano, che gli suggerì di lasciar perdere gli psicofarmaci, anzi, volendo era meglio fare l’elettrochoc. Così Tobino. Prova ne sia, continua Girone, che nella casa di cura in cui fu ricoverato c’era un ragazzo, che stava molto male, a cui il medico consigliò gli elettrochoc. Lo incontrò di nuovo, quel ragazzo, a distanza di anni: e stava bene! (dunque anche per Girone l’elettrochoc funziona).
Invece gli interventi di Giuliana De Sio e Roberto Gervaso sono più mirati a perorare la causa degli psicofarmaci, entrambi si dichiarano depressi maggiori, entrambi sostengono che solo gli psicofarmaci sono la cura.
Conferma il tutto l’esperto della serata, il professo Alberto Siracusano, secondo cui i farmaci attuali sono diversi (meglio) dei farmaci dei tempi di Basaglia e Tobino, anzi, un recente studio afferma che gli psicofarmaci sono perfino più efficaci degli antibiotici. E l’elettrochoc? Che ne pensa Siracusano dell’elettrochoc? In casi di rara gravità, come la depressione catatonica, è una terapia efficace.
Bene. Lo spot, signori, è servito. Ora sapete, italiani, come regolarvi in caso di grave depressione: niente parole, niente relazione, niente ascolto, niente servizi pubblici, niente centri di salute mentale, macché!, due cose ci bastano: pillole ed elettrochoc!

Messer Alonso, venga a prendere un Elettrochoc in Formula Uno!

Messer Alonso, venga a prendere un Elettrochoc in Formula Uno!
ELETTROSHOCK
di Piero Cipriano.

“Mi chiamo Fernando Alonso, corro in kart e voglio diventare un pilota di Formula uno”. Gli ultimi vent’anni della sua vita rimossi dalla memoria, il campione di Formula uno ricorda la sua vita fino al 1995.
Per fortuna (scrive la Repubblica del 6 marzo 2014) ci pensa “uno psichiatra di fama mondiale, Antonio Picano, esperto in trattamenti con l’elettrochoc, nonché grande appassionato di Formula uno” a svelarci l’arcano, a illuminarci: “E’ come se gli avessero fatto l’elettrochoc”, “Alonso presenta i sintomi tipici dell’amnesia post critica della sindrome convulsiva”, “E’ un disturbo transitorio del cervello, che dopo essere stato resettato dallo choc elettrico ha necessità di un certo periodo di tempo per riprendere le sue funzioni”. Lo psichiatra esperto di elettrochoc descrive, dunque, quello che è successo ad Alonso: “I soccorritori lo sentivano rantolare, poi ha perso coscienza, ha fatto una pausa senza respirare, infine ha ripreso a respirare ma con il cervello in confusione. E senza memoria per un paio di giorni”.
Ecco, Fernando Alonso, il campione, ha dimostrato che cos’è, e come funziona, un elettrochoc. Nulla è cambiato da quando i maiali destinati a essere sgozzati, al mattatoio di Roma, dopo lo choc elettrico andavano al patibolo fatui, stolidi, ignari del fatto che stavano per morire. Questo stato di completa incoscienza di sé colpì a tal punto Bini e Cerletti, che pensarono di trattare allo stesso modo i malati mentali, gli internati del manicomio di Santa Maria della Pietà. E così nacque una delle tante terapie ex adiuvantibus della psichiatria: l’elettrochoc si aggiunse alla malarioterapia, alla lobotomia, alla camicia di forza, alle fasce. Perché funzione l’elettrochoc? Togli la memoria di sé a un depresso, o a una persona con un arresto psicomotorio, lo riporti indietro di venti, dieci, un anno, o di pochi mesi, e quello scorda le ragioni della sua depressione o del suo blocco. E per un po’ non si sente più depresso, ma non perché è passata per magia la depressione, ma perché per un po’ egli non sa neppure chi è, o chi è stato negli ultimi anni o mesi. Salvo poi quando torna la memoria, e con essa il male di vivere. Ciò che i medici elettricisti non dicono, però, è che questa pratica non solo non è una cura, ma è come una botta in testa, che favorisce una evoluzione tardiva verso sindromi demenziali.
Scrisse Kurt Schneider, che pure è uno psichiatra molto apprezzato dagli organicisti: “Rifiuterei questa terapia anche quando con essa si potesse sottrarre, cosa possibile, un paziente a un conflitto interiore. Lo si potrebbe colpire alla testa così che non sia più capace di risposte emozionali, ma così noi veniamo meno alle ragioni etiche della vita. Anche se tutto ciò fosse di aiuto, non tutto ciò che aiuta è consentito.”
Insomma, ne vale la pena?

martedì 27 gennaio 2015

La regione delle case di cura



di Piero Cipriano




Di mestiere faccio lo psichiatra. Lavoro a Roma. In un SPDC. Uno dei ventuno SPDC
chiusi, blindati (tranne uno), uno dei ventuno SPDC dove si adopera la contenzione
meccanica, le fasce insomma (in tutti, nessuno escluso, vige questa pratica).
Nel Lazio i pazienti con crisi mentale acuta dopo i dieci giorni (in media) trascorsi in
SPDC, nel 70% per cento dei casi proseguono le cure (cure che significa avere un letto, e
ingoiare farmaci) in una delle dodici case di cura presenti nella regione.
Il Lazio concentra il maggior numero di posti letto psichiatrici privati d’Italia. Forse è
(anche) per questo che i Dipartimenti di Salute Mentale di questa regione sono così
sofferenti: le case di cura succhiano la maggior parte del sangue destinato ai DSM.
Ricordo le parole di Basaglia, all’indomani della 180: “la malattia mentale è un grande
affare”, “le cliniche private vivono sui matti”, “più matti più soldi”, “il numero dei malati
mentali aumenta anche grazie a questi imprenditori della follia”, “sarà più facile chiudere
i manicomi che le case di cura private”. Proprio così.
Eppure la 180 significava innanzitutto restituire ai malati i loro diritti. E tra questi il
diritto ad avere una casa. Che il manicomio non è una casa. Che una casa è là dove ti
senti a casa. E una casa di cura mica è una casa, anche se tutti la chiamano casa. E se il
denaro lo spendi per il posto in casa di cura, che si chiama casa, ma non è una casa, ecco
che poi non ce l’hai, tu Stato, tu Servizio Sanitario Nazionale, tu Dipartimento di Salute
Mentale, il denaro per trovare una casa all’utente che magari non ce l’ha una casa dove
ritornare, dopo che la crisi gli è passata.
Nelle case di cura private del Lazio i malati sono internati a singhiozzo: passano uno due
tre mesi ricoverati, poi fanno una pausa di una o più settimane, per ricominciare nella
stessa o in altre case di cura private, come fossero villaggi turistici della cronicità, della
lungodegenza, della manicomialità, talvolta, se stanno un po’ peggio (gli acuti nelle case di
cura private non li vogliono, gradiscono solo i tranquilli, non gli agitati), si fanno una
decina di giorni in SPDC, dove la dose di farmaci può essere più generosa (i SPDC sono
apposta inseriti nell’ospedale, dove c’è la Rianimazione, in caso di bisogno). Insomma, le
case di cura private sono uno dei luoghi centrali di quella perversa istituzione definita
manicomio circolare, o manicomio diffuso.
Il totale, nel Lazio, fino a poco tempo fa, era di circa 1300 letti nelle dodici case di cura
private, contro i circa 270 nei ventuno Servizi Psichiatrici di Diagnosi e Cura. Segnalo
che la ricerca Progres Acuti riportava, in Italia, 3997 posti nei 323 SPDC d’Italia, e quasi
altrettanti (3956) nelle 56 case di cura private. Per cui il conto è facile: un terzo dei posti
letto nelle case di cura private italiane si trova nel Lazio.
Una di queste, la clinica San Valentino, è perfino attrezzata per somministrare gli
elettrochoc. Nel Lazio l’ultima struttura pubblica a erogare la terapia elettrica è stata la
clinica universitaria del Policlinico Umberto I, nella seconda metà degli anni Novanta.
Questo era lo stato dell’arte, chiaro, seppur inquietante, della residenzialità psichiatrica
privata nel Lazio. Negli ultimi mesi del 2014, però, la situazione descritta sopra è
repentinamente cambiata, ma, capiamoci, solo gattopardescamente, perché in realtà è
rimasta sostanzialmente tale e quale a prima.
Dando attuazione a un vecchio decreto della regione Lazio del 2010 le Case di Cura
Neuropsichiatriche sono state per così dire “riqualificate” in Strutture per Trattamenti
Psichiatrici Intensivi Territoriali (STPIT). Che significa ciò? Significa che alle case di cura del
Lazio sono stati assegnati trenta posti letto, per un totale di duecentoquaranta, destinati
ai pazienti dimessi dai SPDC che hanno ancora necessità di proseguire il trattamento.
L’intento di questo decreto è di superare la dimensione custodialistica che l’ex casa di
cura rappresentava, per porre, finalmente, l’accento sulla continuità assistenziale-
terapeutica. Per cui, adesso, si parla di “recupero a gradini”, con un diradamento
progressivo dell’aspetto assistenziale e intensificazione di quello riabilitativo. Questo
percorso inizia, di solito, col ricovero in SPDC, prosegue col passaggio nelle STPIT
(Strutture per Trattamenti Psichiatrici Intensivi Territoriali), poi nelle SRTRi (Strutture
Residenziali Terapeutico-Riabilitative per trattamenti comunitari intensivi), poi nelle
SRTRe (Strutture Residenziali Terapeutico-Riabilitative per trattamenti comunitari
estensivi), poi nelle SRSR 24 h (Strutture Residenziali Socio-Riabilitative a elevata
intensità assistenziale), infine nelle SRSR 12 h (Strutture Residenziali Socio–Riabilitative
a media intensità assistenziale). Nomi difficili che neppure io ho memorizzato né sarò
mai in grado di farlo, per chiamare in modo diverso le ex case di cura, e per dare una
parvenza di territorialità a ciò che territorio non è, perché è una forma ancora più
subdola, più organizzata, del cosiddetto manicomio circolare (o manicomio diffuso): si continua
insomma a ragionare in termini di posti letto e contenitori invece che di percorsi di cura.
Da un calcolo sommario, adesso, sono circa ottocento i posti letto distribuiti tra queste
sigle che sempre case di cura sono, e ogni posto letto costa circa duecento euro al
giorno, duecento euro per mangiare dormire e ingoiare farmaci (e qualche volta prendere
qualche scossa elettrica), duecento euro che è il doppio di un’ottima pensione completa
in un medio albergo. Per questi letti, per questi luoghi della clinica, per questi luoghi
dell’allettamento, nel Lazio ogni ASL eroga circa la metà del budget dei Dipartimenti di
Salute Mentale. E quanti Centri di Salute mentale aperti nelle ventiquattro ore e per sette
giorni alla settimana si potevano realizzare con questo danaro?, e quanti operatori precari
assunti?
Quando parlo di questo argomento con molti colleghi romani, che pure sembrano
forniti di buon senso, dicono che la realtà dei CSM aperti nelle 24 ore non è praticabile
in una città così grande e complessa. Tutti rassegnati all’ineluttabilità delle case di cura,
della clinica, del letto, del clinos, della salute mentale che si fa da sdraiati.
Ma qual è la situazione dei DSM? In breve direi che i servizi dei DSM sono deboli nel
territorio (CSM sempre più sguarniti, contenitori senza contenuto, pochi operatori e
usurati o scettici o custodialisti) e forti nell’ospedale (SPDC con pianta organica ben
fornita di operatori, dieci psichiatri, venti venticinque infermieri per un SPDC di dodici
posti, per fare un esempio, stile pressoché sempre restraint, porte chiuse, fasce sempre
pronte, dosi generose di farmaci e depot ormai già dalla prima crisi), e con la prassi
condivisa del proseguimento cure in casa di cura, che ora abbiamo detto non chiamasi
più casa di cura ma STPIT, ovvero, con perfida manomissione delle parole, Strutture per
Trattamenti Psichiatrici Intensivi Territoriali: sono territorio insomma. Ebbene: a che ci
serve a noi del Lazio non solo il CSM nelle 24 ore e nei 7 giorni, ma perfino il CSM nelle
10-12 ore e nei 5-6 giorni, a che ci serve se l’assistenza territoriale s’è trasferita
efficacemente nelle case di cura? la regione delle case di cura
Terapia o tortura?
cuore_pezzi
di Piero Cipriano.
Alcuni anni fa pensai di collaborare, nel dopolavoro, come medico volontario, con l’associazione dei Medici contro la tortura.
Andai a parlare col presidente dell’associazione, un anziano medico in pensione, mi presentai, gli spiegai che ero uno psichiatra che lavorava in un SPDC. Uno di quei moderni succedanei del manicomio?, mi chiese lui a bruciapelo. Annuii, scoperto. Uno di quei reparti che, pur collocati in un ospedale generale, pur avendo per legge le stesse caratteristiche di ogni altro reparto ospedaliero, ha le porte sempre chiuse?, mi chiese ancora. Annuii, imbarazzato. Ma nel tuo reparto legano la gente?, proseguì l’interrogatorio, con un sorriso beffardo. Per la precisione, gli risposi senza reticenza, viene legata, più o meno, una persona su dieci, una ogni quattro di quelle ricoverate in TSO. TSO sta per … ?, mi chiese ancora, ma tanto sapevo che lo sapeva. TSO sta per Trattamento Sanitario Obbligatorio, gli risposi, ma mi sento di dire che la vera interpretazione dell’acronimo è Trattenimento Sanitario Obbligatorio.
Non so cosa ne pensi tu, mi disse il medico anziano, con quell’aria da tenete Colombo, da finto tonto che poi ti frega, non so cosa ne pensi, ma la mia idea, rispetto al legare i malati di mente, è che questa pratica, che pure viene considerata un atto medico, sia in realtà, non molto diversa dalla tortura, tu non trovi?
Ecco, avevo capito il suggerimento di questo anziano medico che somigliava al tenente Colombo: mi trovavo di fronte a una vera aporia, a un dilemma paradossale che avrebbe potuto mandarmi al manicomio. In altre parole, se avessi iniziato a lavorare nel suo piccolo ambulatorio per le vittime di tortura, sarei subito entrato in una sorta di conflitto d’interessi (e lo so che non è l’espressione più felice). Nel senso che rischiavo, un giorno, di vedermi arrivare in quell’ambulatorio una persona proveniente non dal Rwanda, o da Guantanamo, o da un altro posto del genere, no, ma proveniente proprio dal SPDC dove, qualche ora prima, avevo smontato. Va bene che io non avevo questa passione per il legare, ma ero dentro la contraddizione, ero uno psichiatra di un SPDC chiuso, dove si faceva una cosa simile alla tortura, quindi ero complice dei torturatori, e perciò, come avevo potuto pensare di essere anche terapeuta di una vittima della tortura?
A questo punto, qualcuno tra voi è già pronto a confutare questa mia asserzione. Ma io per primo lo so che la tortura è qualcosa di diverso da un ricovero psichiatrico, che la tortura è un trattamento sistematico, intenzionale, con ben altri scopi. Per questo, dopo aver salutato l’anziano medico dei torturati, con la promessa di rivederci quando mi fossi chiarito le idee, pensai che dovevo approfondire, fare un confronto, per trovare gli eventuali elementi in comune tra il rapporto torturatore/torturato e il rapporto psichiatra/ricoverato.
Dite che è provocatorio tutto ciò? Lo so. Ma abbiate pazienza, e state a vedere come il rapporto tra torturato e torturatore non è, talvolta, molto diverso dal rapporto che lega il ricoverato in SPDC con lo psichiatra che lo lega al letto.
Trascriverò, in corsivo, alcune considerazioni di Françoise Sironi, una delle maggiori esperte al mondo in tema di tortura, tratte dal suo libro, Persecutori e vittime.  Proverò a riformulare le sue stesse affermazioni, adattandole al mondo dell’assistenza psichiatrica.
Come si può curare chi è stato vittima di torture? Io la riformulo: come si può pensare di curare chi ha subìto un ricovero psichiatrico, magari coatto, dove è stato immobilizzato, legato, sedato, addormentato con una terapia del sonno? Come può la psichiatria curare una vittima della psichiatria? Come può lo psichiatra curare ciò che lui stesso ha prodotto?
La tortura è un’esperienza incomunicabile, avvolta da una coltre di silenzio, silenzio che riguarda sia chi la pratica sia chi la subisce. La principale fonte di informazione sulla tortura è rappresentata dalle testimonianze delle vittime. Riformulo: la coltre di silenzio che avvolge il mondo dei ricoveri psichiatrici, dei pazienti legati al letto per giorni, non può essere rotta, di solito, dalle vittime di questi trattamenti (i pazienti), che sono ridotti al silenzio, sono ormai gli sragionanti, non hanno nessun potere e alcuna ragione per farsi credere (tranne casi rarissimi: Alice Banfi, per fare un esempio, che è riuscita a pubblicare le sue avventure di donna legata nei reparti psichiatrici). La coltre di silenzio può essere rotta solo da quei pochi psichiatri o psicologi o infermieri o altri operatori dissenzienti.
La dichiarazione contro la tortura, firmata dalle Nazioni Unite nel 1975, dà la seguente definizione di tortura: “Ogni atto mediante il quale siano inflitti intenzionalmente a una persona dolore o sofferenze gravi, sia fisici sia mentali, allo scopo di ottenere da essa informazioni o una confessione, di punirla per un atto che essa o un’altra persona ha commesso o è sospettata d’aver commesso, per intimidirla o sottoporla a coercizione o intimidire o sottoporre a coercizione un’altra persona”. Legare i pazienti al letto, nei SPDC e nelle case di cura o di riposo, risponde ai criteri della punizione e dell’intimidazione.
Sironi riporta anche la definizione di tortura secondo Marcello Vignar, psichiatra latinoamericano, vissuto in esilio durante la dittatura nel suo paese: Ogni comportamento intenzionale, qualunque siano i metodi utilizzati, che ha il fine di distruggere il credo e le convinzioni della vittima per privarla della struttura di identità che la definisce come persona. E’ quel che fanno i medici della mente nei reparti psichiatrici, convinti, con farmaci introdotti a forza, fasce, reclusione, di distruggere il credo erroneo, delirante, psicotico, dereistico, non conforme al pensiero regolare del mondo, per privare il paziente ricoverato della sua struttura di identità (che è psicotica).
Quanto ai metodi di tortura, vi sono, oltre al dolore, le privazioni (la privazione della mobilità, con mezzi di contenzione dolorosi) e l’isolamento. I torturatori sanno che dopo una settimana d’isolamento totale i torturati desiderano ardentemente parlare, e persino essere interrogati. Accade anche per i ricoverati.
Esistono le simulazioni delle esecuzioni. Nei reparti psichiatrici più violenti alcuni operatori adoperano la simulazione della contenzione (mostrano le fasce al malato) per indurlo all’accondiscendenza.
Il terrore viene utilizzato costringendo gli altri torturati ad assistere alla tortura di altri prigionieri. Nei reparti psichiatrici gli altri ricoverati vivono il clima di terrore determinato dall’assistere alla presa, al bloccaggio, alla contenzione del paziente agitato. E poi sono costretti a vederlo per giorni e giorni, immobilizzato, e sentire i suoi lamenti, le sue richieste di aiuto, le sue suppliche per essere sciolto.
In molte galere viene instaurato un vero e proprio codice ossessivo, con regolamenti così cavillosi che diviene impossibile ricordarli. Ciò determina l’instaurarsi di comportamenti ossessivi apparentemente incomprensibili. Nei manicomi, e nella maggior parte dei reparti psichiatrici ospedalieri, la chiusura, gli orari, i regolamenti, ancora danno luogo, soprattutto nei malati ricoverati più a lungo, a una sorta di comportamento ossessivo (anche detto sindrome da istituzione totale).
Nelle galere esiste il torturatore buono e quello cattivo. Sotto la tortura la visione del mondo si fa binaria, dicotomica, tra pulito e sporco, buono e cattivo. Nei reparti psichiatrici si alternano terapeuti cattivi che minacciano e legano e terapeuti buoni che promettono e sciolgono. Esistono due tipi di pensiero, quello delirante e sragionevole e quello sano e ragionevole. Nelle galere è prevista la medicazione non terapeutica. Psicofarmaci vengono somministrati ai detenuti delle carceri o dei centri di identificazione e di espulsione per migranti, a scopo punitivo. Questa pratica è la regola nei reparti psichiatrici. Dove, ormai, la terapia farmacologica è considerata l’unica terapia, quindi per giustificare il ricovero, e il trattamento, bisogna per forza farmacologizzare il ricoverato. Fino a legarlo, se rifiuta di prendersi i farmaci.
Affermano Tobie Nathan e Lucien Houtpaktin che, mentre infieriscono sulle vittime, i carnefici pronunciano delle “parole agenti”, che potenziano l’effetto distruttivo della tortura (“Tu non sarai mai più un uomo”). Anche i medici della mente mentre legano un ricoverato o lo obbligano a mandar giù farmaci pronunciano frasi del tipo: “Lo facciamo per il suo bene”, “E’ come se lei avesse il diabete, deve curarsi, deve prendere i farmaci”, “Deve rimanere legato fino a domani, così impara a controllarsi”, “Tenendola contenuto noi le ripristiniamo i confini del sé, o dell’io”.
La tortura è una tecnica d’inoculazione dell’intenzionalità di tutto un gruppo, tramite l’interfaccia costituita dai torturatori, in un altro gruppo, tramite l’interfaccia del torturato. Attraverso il singolo torturato si vuole colpire il gruppo di appartenenza: partito politico, setta, etnia, razza, gruppo rivoluzionario. Gruppi che in comune hanno solo di essere minoritari, di non aderire alle idee collettive condivise dalla maggioranza. Gli psichiatri, i medici della mente, rappresentano i tutori del mondo dei ragionevoli (la maggioranza), i malati di mente, o designati tali, sono assimilabili a un gruppo minoritario, quello degli sragionevoli (i paranoici, i deliranti, gli schizofrenici, gli euforici, i grandiosi, i depressi, i suicidari, i drogati, i frenastenici, i dementi) che, non potendo essere compresi, vengono silenziati e azzerati recludendoli e legandoli.
Potrei andare avanti ancora a lungo, con questo confronto, ma ciò che volevo evidenziare mi sembra chiaro, ormai. Aggiungo soltanto che non sono più tornato a fare il medico dei torturati. Non ne ho avuto il coraggio. Mi bastano quelli che vedo, ogni giorno.
(estratto da la fabbrica della cura mentale – elèuthera 2013) terapia o tortura?